delle censure

in stretta connessione con quanto appena affermato, la frase successiva si rifiutò di andare a capo. ed infatti eccola qua, mille anni distante dal cuore della discussione, ma indipendente e spavalda. un giorno la stessa frase scrisse “mi manchi” ma, dopo essersi riletta, si autocensurò. era chiaro che non sapeva perché lo scriveva. sapeva solo a chi lo scriveva. e si ritrovò a rimembrar il suo vocabolo preferito ma proibito dalla grammatica etichettale. il nesso tra loro era racchiuso splendidamente traparentesi. un nesso molto intenso ma poco logico tanto che,  poco tempo prima, si (ri)lasciarono. in realtà, non si sa neanche perché mai si fossero (ri)messi insieme.  le condizioni non erano certe favorevoli, ma a volte accadono fenomeni speciali, magie, sortilegi. che gira la testa. che tremano le gambe. cascalaterra. tuttigiùperterra. chissà.

forse in altri contesti avrebbe saputo esattamente cosa e perché scrivere, ed anche – soprattutto – avrebbe compreso i propri sentimenti. ma quel giorno la frase non volle andare a capo, proprio non ne volle sapere.

quel giorno, la frase, consapevole delle proprie consapevolezze, si pose di fronte alla realtà e concluse che, in fondo certe cose le devi accettare così come sono, inutile cercare di modificarle.

meglio una frase di seguito ma felice, piuttosto che una accapo ma disorientata e triste.

forse. maybe. peut-etre. vielleicht. poesse.

vale, ya basta.

escape

ancora qualche ora di travaglio. poi parto indolore e indolente per il paese dei lavandini, figli dei fiori di lavanda, dove mi inabisserò nell’azzurrevole costato della lavanderia locale, senza cloro e percloro, e consegnerò le mie fondamenta allo sdraio sabbioso, quel che poco strazio induce alla sacralità dell’osso. a tratti contratti approfondirò i contatti con il sudoku, l’aggiornata versione del kamasutra, e m’arrabatterò in sequenze di numeri con posizioni grigliate e simmetriche. quindi tenderò un’imboscata allo spirito del mare che guida, ondeggia, sommerge, galleggia e fornisce paprika salata a chi ne fa richiesta, e lo sottoporrò a blandi interrogatori riguardanti le stagioni della vita, i metodi d’allevamento degli alberi da pizza, l’influenza dell’effetto suolo nel corteggiamento fra muretti e muletti, e le relazioni mai rivelate prima tra scienze fisiologiche e francofoni. infine gli chiederò di tatuarmi il suo autografo sull’alzata di gomito.

a volte il futuro è semplice. altre volte è semplicemente capovolto.

del masochismo

mai come stamattina il mio masochismo aveva raggiunto cime tanto tempestose. mentre pattinavo ho temuto di affondare nelle gole dell’asfalto rovente.la mattina è stata equamente suddivisa. quarantacinque minuti sui pattini e novanta minuti al bar del parco. reparto rianimazione. ho appeso i miei roller al chiodo. il servizio è temporaneamente – amaramente – sospeso fino al prossimo calo di temperatura. di almeno dieci virgola cinque gradi.

the long hot summer

il cielo è impacchettato in un involucro grigiazzurro opaco, ma è ancora privo di ingombri pumblei. non una possibilità di starmene tra le nuvole. colta da sindrome aborigena, non so sostare in tessuti e tomaie, non so atterrare in alcun asfalto liquido e rovente. mi insedio nella vasca che già ospita affabilmente un gatto ed un cocomero. grande cocomero.

l’apatìa, oggi, è antipatìa. restìa. stantìa.